Testo introduttivo

LA GUERRA DEL PACIFICO

da Pearl Harbor alla Bomba Atomica

Prodotta da Eff&Ci – Facciamo Cose e curata da Alessandro Luigi Perna per il progetto History & Photography – La Storia raccontata dalla Fotografia, l’esposizione fotografica “La Guerra del Pacifico. Da Pearl Harbor alla Bomba Atomica” si compone di riproduzioni digitali da negativi e stampe conservate negli archivi storici aperti al pubblico di U.S. Navy, U.S. Marine Corps, Library of Congress e U.S. National Archives Records Administration (N.A.R.A.).

La Guerra del Pacifico comincia con l’attacco giapponese a sorpresa agli Stati Uniti il 7 dicembre 1941, di cui ricorre nel 2021 l’80° anniversario. L’aggressione, definita infame da Washington perché avvenuta senza essere preceduta da una dichiarazione di guerra formale, indusse gli Stati Uniti a entrare in guerra sebbene fino ad allora l’opinione pubblica statunitense (composta di una forte e influente minoranza pacifista) fosse stata contraria.

Una decisione che cambiò il corso del Secondo Conflitto Mondiale consentendo agli Alleati (o meglio: le Nazioni Unite, capitanate da Stati Uniti e Gran Bretagna, che poi daranno vita all’ONU) di sconfiggere nazisti e fascisti e di porre così fine ai loro regimi di ferocia e terrore sempre crescente sia sul fronte europeo che su quello asiatico.

Le immagini raccontano l’intera evoluzione della Guerra cercando di rendere conto della complessità degli eventi che si alternarono, toccando territori e vicende spesso anche poco conosciute, come per esempio la presenza dell’aviazione e dell’esercito americano in Cina a supporto delle truppe “nazionaliste” impegnate contro i Giapponesi e invischiate in contemporanea in una guerra civile contro le forze comuniste guidate da Mao Tze Tung.

Ampio spazio è dato in particolare ad alcune delle più famose battaglie aeronavali e terrestri sul fronte del Pacifico, spesso rivisitate dal cinema di Hollywood, come quelle di Midway, Guadalcanal, Iwo Jima e  Okinawa.

A chiudere il percorso le bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki che hanno costretto il Paese del Sol Levante alla resa, l’occupazione americana e i processi per crimini di guerra intentati dagli alleati agli alti comandi giapponesi.

GLI AUTORI DELLE IMMAGINI

 

Alcune delle immagini (provenienti anche dagli archivi giapponesi) sono famose, altre sono pochissimo conosciute dal grande pubblico. A scattare quelle di origine americana sono spesso autori sconosciuti, a volte militari in servizio di cui si conoscono i nominativi e i gradi e infine i fotografi arruolati nella Naval Aviation Photographic Unit della US Navy.

A capitanarla è Edward Steichen, una delle più eminenti figure autoriali nella storia della Fotografia americana. Il gruppo di fotografi ai suoi ordini annovera, scelti dallo stesso Steichen, i nomi di Wayne Miller, Charles Fenno Jacobs, Horace Bristol, Victor Jorgensen, Charles E. Kerlee e il giovane Alfonso “Fons” Iannelli. Tutti, tranne forse Iannelli, nomi famosi sia prima che dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Provenienti dalle più varie esperienze, reclutati con i gradi di ufficiali, su indicazioni degli alti comandi hanno il compito di affascinare i giovani piloti civili statunitensi e indurli ad arruolarsi nella marina militare invece che nell’aviazione. Ecco il perché del gran numero di immagini, a volte anche serene o giocose, provenienti da zone di guerra con cui è raccontata la vita sulle navi.

Ma al di là delle intenzioni dei loro committenti, le indicazioni di Edward Steichen ai suoi autori sono chiare:

 

“Fotografate qualsiasi cosa succeda.

Ma soprattutto, concentratevi sugli uomini.

Navi e aerei diventeranno obsoleti, ma gli uomini saranno sempre là.”

Il risultato, per quanto riguarda le immagini provenienti dai fronti del Conflitto, è un affascinante e continuo fotoreportage che alterna ritratti di singoli o gruppi dalla sorprendente qualità estetica con immagini di guerra (sbarchi sulle spiagge, scene di combattimento terrestre, attacchi aeronavali) che tolgono il fiato e proiettano lo spettatore in prima linea.

DUE FOTO SIMBOLO

 

Da segnalare le vicende di due immagini passate alla Storia. La prima è quella del marinaio che festeggia la vittoria sul Giappone baciando un’infermiera a Times Square a Manhattan il 14 agosto 1945, giorno in cui è proclamata la fine del Conflitto. La foto qui mostrata è scattata da Victor Jorgensen, uno dei fotografi scelti da Steichen.

Ne esiste però un’altra con lo stesso soggetto ma con un’angolazione diversa realizzata dal famoso fotografo Alfred Eisenstaedt.

È quest’ultima a essere stata pubblicata sulla celebre rivista Life il giorno dopo e ad avere fatto il giro del mondo entrando nell’immaginario collettivo. Entrambe le foto sono oggi oggetto di dibattito perché considerate non political-correct nei confronti delle donne.

La seconda foto ad avere un percorso particolare è Raising the Flag on Iwo Jima (Innalzando la bandiera su Iwo Jima) di Joe Rosenthal dell’agenzia Associated Press. In essa sono ritratti dei Marines della 5a Divisione mentre innalzano la bandiera a stelle e strisce sul monte Suribachi nelle fasi finali della Battaglia di Iwo Jima. La fotografia, scattata il 23 febbraio 1945, fu pubblicata per la prima volta sui giornali domenicali due giorni dopo.

Diventata il simbolo della vittoria americana nel Pacifico, prima fotografia a vincere il Pulitzer nello stesso anno in cui è stata pubblicata, l’immagine è stata poi riprodotta sotto forma di scultura nel 1954 dall’artista Felix de Weldon per realizzare il Marine Corps War Memorial, monumento dedicato a onorare tutti i Marines morti in servizio dal 1775.

L’Associated Press ha poi rinunciato a tutti i diritti d’agenzia sull’immagine, rendendola di pubblico dominio.

LO SFORZO BELLICO IN PATRIA

 

Ai fotografi al fronte si aggiungono quelli che per conto del governo documentano la società americana e lo sforzo bellico in patria con immagini sia posate che in stile fotogiornalistico. Soggetti sono le fabbriche e le operaie, donne chiamate a sostituire i colleghi maschi (fratelli, padri e mariti) impegnati in prima linea.

A dare il suo contributo allo scopo è Howard R. Hollem, al servizio della US Farm Security Administration al tempo della Grande Depressione negli anni ‘30 e poi dello US Office of War Information negli anni ‘40. A seguire lo stesso percorso come fotografo del governo è Alfred T. Palmer, che si distingue per l’attento uso delle luci ogni volta impostate affinché il soggetto, isolato dall’ambiente, sia il focus dell’immagine.

UN NEMICO IN CASA?

 

I campi di detenzione all’interno dei quali, soprattutto nella costa ovest, furono mandati decine di migliaia di statunitensi di origine giapponese dal marzo del 1942 fino al novembre del 1945, sono documentati per conto della War Relocation Authority del governo americano da Clem Albers e Dorothea Lange.

Il primo è un fotografo poco conosciuto ma di grande talento preso in prestito dal San Francisco Chronicle.

La seconda è la celebre fotografa americana anche lei già parte della squadra della US Farm Security Administration formatasi negli anni ‘30. I due sono gli autori di un servizio particolarmente famoso dedicato a Manzanar, un campo di internamento in un’area semidesertica ai piedi della Sierra Nevada nella Owens Valley in California.

I campi, circondati dal filo spinato, erano strutturati come delle vere e proprie cittadine e perciò forniti di tutto ciò che era necessario – incluse baracche in legno arredate divise per famiglie, infermerie, scuole, campi sportivi, spacci di alimentari ... Nulla di paragonabile con i campi di concentramento giapponesi destinati ai soldati nemici o a quelli nazisti concepiti per lo sterminio di oppositori, ebrei, zingari e  omosessuali.

I cittadini americani di origine giapponese internati sentirono di essere stati discriminati ingiustamente, anche perché nulla di simile accadde ai loro compatrioti di origine italiana o tedesca.

Nel 1988 il Congresso e il Governo degli Stati Uniti si scusarono ufficialmente con i sopravvissuti e i discendenti delle vittime dell'internamento forzato.

A loro sono arrivati nel corso degli anni più di 1,6 miliardi di dollari in riparazioni di guerra.

UN CONFLITTO SENZA PRECEDENTI

 

La Guerra del Pacifico è stato un conflitto senza precedenti. A partire dalle dimensioni geografiche dello scontro: l’area interessata fu infatti estesissima sia sul continente asiatico che nell’Oceano Pacifico. Per la prima volta furono utilizzate in guerra le portaerei, un’innovazione che cambiò i paradigmi delle battaglie navali.

Alcune di esse furono addirittura combattute solo tra aerei, senza che le navi delle due flotte nemiche si avvistassero mai. Infine gli Stati Uniti crearono e usarono la bomba atomica, un’arma che si rivelò, come nelle aspettative di chi la ideò, devastante e determinante per le sorti della Guerra. Hiroshima e Nagasaki, le due città colpite, furono letteralmente rase al suolo.

I morti provocati, sia immediati in conseguenza delle esplosioni che successivi a causa di ustioni e radiazioni, furono nell’ordine di centinaia di migliaia. Gli Stati Uniti giustificarono la loro scelta come necessaria per evitare che l’invasione del Giappone procrastinasse la fine della Guerra di alcuni anni, moltiplicasse in maniera esponenziale i soldati americani feriti o uccisi e provocasse un massacro forse ancora maggiore della popolazione civile giapponese. 

E molto probabilmente usarono la bomba atomica anche per dare un avvertimento alla Russia comunista, il nuovo nemico giurato prossimo e venturo (anzi già in azione) delle democrazie che già premeva sulle frontiere di occidente e d’oriente del mondo libero. Ma al di là del confronto con l’Unione Sovietica, resta il fatto che ad avere scioccato gli alti comandi americani erano state le sanguinose invasioni di Iwo Jima e Okinawa.

Fino ad allora infatti gli scontri a terra erano stati sempre condotti con un numero relativamente basso di uomini e mezzi rispetto agli schieramenti che si erano visti sui fronti africani ed europei. Le percentuali di morti e feriti inoltre erano sempre state molto basse tra gli Americani. Le prime due battaglie su suolo giapponese, per quanto su piccole isole, coinvolsero invece un numero grandemente superiore di soldati.

E soprattutto causarono la perdita del 30% degli effettivi utilizzati: una percentuale altissima. In proporzione, se portata a termine, la sola invasione del Giappone avrebbe voluto dire milioni di soldati americani coinvolti e centinaia di migliaia di morti in più rispetto alle perdite, calcolate in circa 400.000 uomini e perciò relativamente molto basse, avute dagli Stati Uniti per liberare l’Europa e il resto del Pacifico.

Ma per quanto tutte queste considerazioni possano essere valide, per quanto sia indubbio che gli Americani, durante la Seconda Guerra Mondiale e con tutti i loro limiti, stessero dalla parte del bene e avessero salvato il mondo, e che i Tedeschi e i Giapponesi stessero dalla parte del male e fossero prontissimi a usare a loro volta la bomba atomica se solo fossero riusciti a produrla, resta ancora da dare una risposta definitiva al quesito principale: il suo utilizzo per spingere alla resa il Giappone è stato giustificato oppure può essere considerato un crimine di guerra per il quale gli Stati Uniti e i loro alleati non hanno mai pagato pegno?

Il dibattito è ancora aperto, così come quello su cosa sia lecito fare per sconfiggere il proprio nemico, soprattutto se è sotto forma della propria nemesi.

Di sicuro la distruzione che le bombe atomiche portarono impressionò talmente tanto il mondo, e continua ancora oggi a turbarlo e angosciarlo, da rendere un conflitto nucleare tra due paesi, sebbene la corsa agli armamenti atomici durante la Guerra Fredda e quella di oggi da parte di alcune potenze emergenti, un’ipotesi da escludere quasi a priori.

Almeno fino adesso.

 

Alessandro Luigi Perna