AVVENTURA AFRICANA

Alle origini della fotografia di viaggio: la collezione Robecchi Bricchetti

dei Musei Civici di Pavia

Avventura Africana è un’esposizione con una genesi tutta particolare. A partire dal titolo, che nel progetto originario era molto più generico. Ma più immagini venivano visionate sulla fotografia di viaggio delle origini, più era chiaro che i fotografi che le realizzavano lo facevano in condizioni estreme, in zone del pianeta spesso inesplorate, ostili, pericolose. È maturata perciò la coscienza che alla fotografia di viaggio originaria dovesse essere associata la dimensione dell’avventura. E che quelle immagini fossero un esempio straordinario, imprevedibile e sconosciuto, di reportage con le stesse qualità estetiche, di testimonianza e di ricerca di quelli contemporanei.

 

Qualcosa d’altro fu chiaro: molte delle fotografie ritraevano un mondo, umano e geografico, che da lì a poco sarebbe scomparso. In quegli scatti non c’erano solo popoli, ancora per poco non colonizzati, che mantenevano con fierezza i propri tratti distintivi originari. Ma anche figure di uomini occidentali, ottocenteschi e irripetibili, dediti all’avventura e alle esplorazioni, che con l’avvento delle società contemporanee non avrebbero più trovato una loro collocazione.

 

Quando ci si è imbattuti nella collezione fotografica di uno di quegli uomini, l’esploratore pavese della Somalia Robecchi Bricchetti, ci si è subito resi conto di avere tra le mani proprio il materiale che permetteva di comunicare al pubblico tutto ciò che voleva dire la fotografia di viaggio delle origini. La collezione, composta in parte di immagini scattate da lui e in parte acquistate in laboratori fotografici gestiti da europei in Africa, è diventata perciò la mostra che si voleva realizzare. E Avventura Africana il suo titolo.

 

La vita di Robecchi Bricchetti è infatti la perfetta storia esemplare e romanzesca di un uomo dell’800 italiano.  Nasce a Pavia il 27 maggio del 1855, figlio illegittimo del nobiluomo pavese Ercole Robecchi e della giovane sarta Teresa Bricchetti. La donna riesce a farlo riconoscere legalmente dal padre che lo manda a studiare all’estero ingegneria per evitare scandali. Cresciuto nell’atmosfera epica del risorgimento italiano, Luigi Robecchi Bricchetti da grande diventa un perfetto figlio del suo tempo.

 

Quando raggiunge la maggiore età la nazione è ormai stata fatta, tutto è già storia, ma la spinta all’azione è ancora viva. Chi del risorgimento è stato protagonista è in giro per il mondo a vivere avventure ambiziose e pericolose. Nino Bixio è a cercare fortuna in mari lontani. Ex-garibaldini come Manfredo Camperio, Giovanni Miani, Romolo Gessi sono nella selvaggia e sconosciuta Africa. E Luigi Robecchi Bricchetti è tutto pervaso da quella che Spadolini definì “la smania di grandezza delle generazioni post-risorgimentali, la nostalgia di gloria dei ragazzi che non avevano partecipato alla spedizione dei Mille e sognavano il battesimo dell’avventura e dell’amore…”.

 

Ed è proprio in Africa che il Bricchetti trasforma la sua vita in un’avventura. Nel continente nero prima ci va per lavoro, poi ci torna nel 1888 per fare l’esploratore come nei suoi sogni di ragazzo. Una prima spedizione per attraversare la Somalia fallisce. Ma le successive sono un successo dietro l’altro: diventa il più grande esploratore italiano del Corno d’Africa. Il suo ultimo viaggio nel Continente Nero è del 1903: come membro della Società Antischiavista, gli viene affidato l’incarico di verificare se nel Benadir, regione costiera della Somalia controllata dagli italiani, si stia combattendo effettivamente la schiavitù, allora una pratica ancora diffusissima nel continente nero portata avanti sia da mercanti arabi che, in misura minore, europei.

 

Quando torna a Pavia si porta dietro uno schiavo liberato di 14 anni con la madre. E decide di ritirarsi a vita privata. Con sé ha anche un’infinità di cimeli, documenti e fotografie che, quando scompare nel 1926, dona alla città con la clausola della loro fruibilità pubblica. La maggior parte di quei materiali sono custoditi oggi dai Musei Civici del Castello Visconteo di Pavia, incluse le fotografie che compongono la mostra e da loro gentilmente concesse per realizzare l’esposizione. Di lui ha scritto il Pollaci: “Chi l’ha conosciuto non può dimenticare l’impressione che ispirava la sua forte figura d’atleta, congiunta a vasta cultura, ed il suo caldo, avventuroso, spontaneo e grande entusiasmo per l’Africa ignota”. Il perfetto epitaffio per la sua tomba.

 

A cura di:

Alessandro Luigi Perna

 

Immagini di:

Musei Civici del Castello Visconteo di Pavia